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APPUNTI PER UN VIAGGIO IN EUROPA DELL'EST
TRA STORIA, MEMORIA E IDENTITÁ

estratto dal testo in catalogo
di Christine Frisinghelli e Francesca Lazzarini

Il presente volume esamina il punto di vista di una serie di artisti contemporanei della Mitteleuropa e dell’Europa dell’Est alla luce dei concetti di memoria, identità e storia. Proprio in questi giorni, sul finire del 2009, l’immagine dell’Europa dell’Est e la nostra visione delle regioni e degli stati riuniti sotto questa espressione geografica sono inestricabilmente legate al ricordo degli eventi di venti anni fa, quel 1989 in cui tutti noi assistemmo – stupiti e increduli, commossi e profondamente partecipi – alla disintegrazione dell’allora blocco sovietico. Ricordi che ci riportano all’estate e all’autunno di quell’anno, quando per la prima volta al confine tra Austria e Ungheria venne aperta una breccia nella “cortina di ferro” e migliaia di cittadini della Repubblica Democratica Tedesca trovarono la loro via per l’Occidente. Il 9 novembre cadeva il Muro di Berlino e qualche tempo dopo la „sametová revoluce“ (rivoluzione di velluto) ceca e la „nezná revolúcia“ (rivoluzione gentile) slovacca si concludevano pacificamente nell’allora Cecoslovacchia, mentre le ultime settimane dell’anno furono contrassegnate dai drammatici avvenimenti che portarono alla fine del regime dittatoriale in Romania.
La fine della guerra fredda portò anche al venir meno del confronto tra due sistemi che coi loro rispettivi modelli ideologici, economici e sociali avevano improntato di sé tutto il Novecento. In quel momento, nell’immaginare un futuro di benessere per tutti, le idee di democrazia e libertà parevano indissolubilmente legate al sistema economico capitalista che appariva vincente a livello globale. Tuttavia, alla luce delle concrete realtà politiche esistenti, le speranze di una ‘naturale’ evoluzione democratica in Europa si sono ben presto rivelate illusorie. La cortina di ferro tra i due blocchi è sì scomparsa, ma i confini dei paesi europei sono diventati più estesi: la configurazione territoriale del vecchio continente stabilita all’indomani delle due guerre mondiali poteva essere messa in discussione, e all’interno dei nuovi confini diventava possibile anche il sovvertimento dei concetti di identità nazionale, linguistica ed etnica. In alcuni casi, lo sgretolamento di antiche o nuove unità nazionali ha significato la liberazione dal mito forzato dell’appartenenza (come nota Jiri Sevcík a proposito della separazione tra Repubblica Ceca e Slovacca*) e il distacco si è compiuto pacificamente. Non più tardi dell’inizio della guerra tra le ex repubbliche jugoslave, però, l’idea di una Europa pacifica perseguita fin dal 1945 ci è apparsa (di nuovo) in tutta la sua drammatica fragilità, restituendoci la consapevolezza di quanto la storia europea sia profondamente collegata alla guerra. Da allora abbiamo anche dovuto riconoscere come il consenso sociale e l’azione politica su base democratica siano parti di un progetto estremamente difficile da realizzare quando la pressione economica, la fuga dai luoghi di conflitto e gli spostamenti globali dei migranti fanno emergere fenomeni di xenofobia,  nazionalismo e fondamentalismo persino in quegli stati dell’Europa occidentale apparentemente saldi nelle loro democrazie ed economicamente floridi, causando un crescente successo della destra populista.

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I 29 artisti presenti nella collezione provengono da 18 paesi collocati in diverse zone: Balcani ed ex Iugoslavia, repubbliche baltiche e nazioni mitteleuropee, paesi un tempo interni al blocco sovietico o ad esso esterni, o ancora stati come la Turchia, entrata nel 1952 nella NATO, che – a cavallo tra due continenti – cerca oggi una nuova collocazione nel processo di ridefinizione europea. L’eterogeneità contraddistingue il gruppo di artisti. Già prima del 1989 era impossibile delineare l’esistenza di un’unica arte dell’Est: ogni paese aveva una propria specificità artistica dettata dal diverso grado di dipendenza politica e culturale dall’Unione Sovietica, dal livello di modernizzazione economica, dall’apertura verso altri paesi orientali o occidentali, dal grado di autonomia e libertà espressiva concessa agli artisti all’interno dei singoli paesi. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica l’eterogeneità degli approcci si moltiplica a causa dell’ingresso nel mercato globale, delle contaminazioni con il sistema dell’arte occidentale e del dialogo, non sempre conciliante, che con esso si viene a stabilire. Alcuni tratti comuni sono tuttavia rintracciabili. La storia di questi popoli è stata in molti casi segnata dallo scontro tra ideologie totalitarie e contrapposte – fascismo e comunismo, capitalismo e socialismo - e, successivamente, da conflitti nazionali, etnici e religiosi che hanno reso il tema dell’identità una questione cruciale. Se da una parte questo costituisce ancor oggi un nodo traumatico da affrontare, dall’altra sembra aver dotato gli artisti di strumenti critici e culturali oggi particolarmente utili ad interpretare il mondo contemporaneo. Ulteriore conseguenza di tali traiettorie storiche è il concretizzarsi di una forte saldatura tra il vissuto personale e la vita pubblica, sociale e politica, coincidenza che torna spesso come punto di partenza del lavoro di molti artisti, a volte come bagaglio esperenziale traumatico e doloroso, altre come spinta verso un’assunzione di responsabilità civile e politica oltre che artistica. […]

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Negli ultimi dieci anni abbiamo assistito a una palese rivalutazione della fotografia – come pure del film e del video in quanto mezzi di espressione artistica. Questo fenomeno è andato di pari passo con l’interesse per i temi sociopolitici, con un conseguente riposizionamento delle strategie documentarie. Nello stesso arco di tempo abbiamo inoltre potuto osservare come (a partire dalla fine della guerra fredda) i confini della ricezione dell’arte si siano spostati, portando alla visibilità punti di vista non-occidentali. I due fenomeni hanno trovato un punto di convergenza nel fatto che l’esperienza di un mondo globalizzato soprattutto a livello politico-economico, le questioni come il passato e l’identità, la partecipazione sociale e la sopravvivenza economica sono rappresentate con mezzi tecnici e ancorate e convogliate nel discorso artistico. In questo contesto la fotografia può essere di fatto definita come un mezzo contemporaneo, rispetto al quale anche il mercato dell’arte ha reagito con crescente interesse. Al tempo stesso tuttavia, dobbiamo constatare come questo nuovo status della fotografia nel contesto artistico conduca a un progressivo affievolirsi di posizioni fondamentali nella pratica fotografica, quelle che (soprattutto in Europa) nei decenni precedenti erano state responsabili della nascita e della continuità di una cultura fotografica ben differenziata. Il confronto con la storia del medium e con le sue peculiarità (ad esempio la serialità, l’indicalità, il riferimento al dato reale, come pure la sua esistenza tecnica in forma di immagine riproducibile) ha condotto a metodologie concettuali, senza per questo negare il fatto che l’immagine è frutto di scelte estetiche e senza rinunciare alla rivendicazione della contemporaneità nel confronto/scontro con la realtà.
Per quanto espressione specifica di un contesto o caratterizzata dal punto di vista storico e geografico, qualsiasi opera viene recepita in un’ottica artistica più generale: di fatto, c’è bisogno di un vocabolario molto preciso e storicamente ben affilato per riportare all’interno del dibattito il lavoro di una intera generazione di artisti e valutare adeguatamente il loro essenziale contributo alla cultura fotografica.
Visti nel loro complesso, questi lavori sembrano il frutto di una prassi eterogenea: strategie concettuali e cicli dotati di coerenza narrativa convivono con ricerche di tracce autobiografiche. Le scelte formali, tecniche e materiali che identificano fisicamente questi lavori come “immagini” sono multiformi quanto il bagaglio di memorie, proiezioni e utopie da cui scaturisce l’urgenza dei loro contenuti. Ciò che hanno in comune è la consapevolezza della problematica, l’umiltà e la dipendenza dal contesto del mezzo utilizzato: la fotografia. Ma questi artisti condividono anche la sicurezza con cui immettono il loro lavoro (anche con questo libro) nel processo dello scambio e della comunicazione mediatica.

PERIODO
Dal 13 dicembre 2009 al 14 marzo 2010
PROROGATA FINO AL 21 MARZO

INAUGURAZIONE
12 dicembre 2009, ore 17.30

ORARI DI APERTURA
martedì - domenica 11-19
chiuso il lunedì
l'accesso è consentito fino alle 18.30

VISITE GUIDATE
Sabato 16 gennaio, ore 11.30
Giovedì 21 gennaio, ore 18.00
Sabato 30 gennaio, ore 11.30
Sabato 6 febbraio, ore 11.30
Giovedì 11 febbraio, ore 18.00
Sabato 20 febbraio, ore 11.30
Sabato 6 marzo, ore 11.30
Sabato 13 marzo, ore 11.30

Tutte le visite sono ad ingresso gratuito. Non è necessaria la prenotazione. Per le scuole e per gruppi di almeno 15 persone è inoltre possibile concordare ulteriori visite guidate, da effettuare durante l’orario di apertura della mostra.

SEDE
Modena
Ex Ospedale Sant’Agostino
Largo Porta Sant'Agostino, 228
Info 335 1621739

INGRESSO GRATUITO

INFORMAZIONI
tel 335-1621739
info@mostre.fondazione-crmo.it

PRODUZIONE
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Via Emilia Centro, 283
41100 Modena
Tel. +39 059 239888
Fax +39 059 238966
E-mail: info@mostre.fondazione-crmo.it

UFFICIO STAMPA
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Cecilia Lazzeretti, Claudia Fini
tel. +39 059 239888 fax +39 059 238966
e-mail ufficiostampa@fondazione-crmo.it


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