Marika Asatiani è nata nel 1977 a Tbilisi (Georgia), dove vive e lavora. Nel 2007 vince il premio Camera Austria della città di Graz per la fotografia contemporanea. Laureata in Sociologia, utilizza l’obiettivo come strumento per cogliere il mutamento: osservando la realtà come prodotto diretto di circostanze politiche, economiche e sociali, Asatiani esplora l’instabile passaggio tra passato e futuro. Oggetto della sua serie Achara (2006) è la zona montagnosa georgiana al confine con la Turchia, un tempo frontiera inaccessibile dell’Urss, e la vita quotidiana della popolazione – femminile in particolare – che la abita. Specchio di una condizione transitoria che ha coinvolto e coinvolge tuttora la regione e l’intero Paese, le donne di Achara rimangono in bilico tra la perpetuazione della tradizione e il processo inesorabile di omologazione globale.
Maja Bajević (Sarajevo nel 1967) pur mantenendo uno stretto legame con la sua terra, ha vissuto in diverse città europee. Artista cosmopolita, ha saputo fondere nel suo lavoro elementi pubblici e privati, realizzando opere dal forte impatto emotivo, capaci di evidenziare con estrema lucidità i meccanismi politici, sociali ed economici che determinano la realtà. Nel ripetere perentorio della domanda “Come vuoi essere governato?” – impos-sibile di una risposta proprio per il tono coercitivo con cui essa viene rivolta - il video How do you want to be governed? (2009) solleva una questione politi-ca che tocca tanto la collettività quanto la coscienza di ogni singolo individuo.
L’artista ha partecipato a numerose personali e collettive in tutto il mondo. Tra le più recenti, la scorsa edizione di Documenta aKassel e le mostre organizzate alla Fondazione Bevilacqua la Masa di Venezia, al Centre Pompidou di Parigi, all’Akademie der Künste di Berlino.
Banu Cennetoğlu è nata nel 1970 ad Ankara (Turchia) ed è laureata in Psicologia. Vive e lavora a Istanbul. Le sue fotografie e installazioni hanno sempre a che fare con l’interpretazione e la possibile documentazione di stati di incertezza e instabilità, conseguenze visibili di situazioni problematiche, politiche, sociali o economiche. Separati eppure contigui, caratterizzati dalla transitorietà del loro utilizzo, i luoghi ritratti nella videoinstallazione Are there any palm trees in Grozny? (2005) appaiono privi di una identità e di legami, scollegati da ogni sviluppo temporale, sottoprodotti di una società guidata da interessi contingenti.
Oltre alla scorsa edizione della Biennale di Venezia, dove ha rappresentato la Turchia nel padiglione nazionale, Banu Cennetoğlu ha partecipato alle Biennali di Berlino e di Atene, e a mostre presso il San Francisco Art Institute e il Walker Art Center di Minneapolis.
Anetta Mona Chişa (Nadlac, Romania, 1975) e Lucia Tkáčová (Banska Stiavnica, Slovacchia, 1977) collaborano insieme dal 2000, entrambe mantenendo parallelamente una propria carriera individuale. Spesso carat-terizzate da un taglio intimistico, le loro opere utilizzano l’ironia come espediente primario per la decostruzione di icone e abitudini sociali, di cui mettono a nudo il funzionamento e i fondamenti economici. Come nel video Monument to Yesterday (2008), un provocatorio striptease goffamente inter-pretato da una donna di mezza età, che denuncia - prendendosene gioco - il perdurare di un modello di sessualità femminile improntato sui canoni del desiderio maschile.
Chişa e Tkáčová hanno presentato i loro progetti al Neuer Berlin Kunstverein di Berlino, al Museum Quartiers di Vienna, al Centre of Contemporary Art of Torun, alla Slovak National Gallery.
Alexandra Croitoru è nata a Bucarest nel 1975. Nel suo lavoro si serve di molteplici linguaggi per esplorare i luoghi comuni e gli stereotipi che caratterizzano la società contemporanea. Giocando sulla contrapposizione tra il passamontagna con il tricolore della Romania e i codici visuali globali tipici della moda e della pubblicità, la serie fotografica ROM_ (2004) guarda al tema dell’integrazione con cinica ironia: se da un lato l’artista chiama in causa il nazionalismo che segna negli ultimi anni le politiche del suo Paese all’ingresso della UE, dall’altro denuncia le contraddizioni di un mondo globalizzato, for-malmente aperto a tutti ma carico nella realtà di pregiudizi e discriminazioni.
Croitoru ha partecipato alla scorsa edizione di Documenta a Regensburg, e a mostre organizzate al National Museum of Art di Bucarest, alla Kunstlerhaus Bethanien di Berlino, al Center for Contemporary Art di Plovdiv in Bulgaria.
Călin Dan è nato a Bucarest nel 1955, vive e lavora ad Amsterdam. Artista, curatore e critico d’arte - noto internazionalmente per il lavoro del gruppo subREAL fondato nel 1990 insieme a Iosif Király - si dedica negli ultimi anni a un ampio progetto di ricerca definito Emotional Architecture, con cui osserva la città e l’architettura in una dimensione psicologica, proiezione di significati e valori individuali. Il video Trip (2006) ritrae l’auditorium Linnahall di Tallin, imponente costruzione sovietica oggi oggetto di lunghe controversie. Trasfigurato dall’artista in un sito archeologico, nel relitto di una navicella spaziale o in un santuario per nostalgici dell’Unione Sovietica, l’edificio diviene meta di un viaggio, di tipo turistico oppure politico, o ancora – così come suggerito dal titolo - allucinogeno.
Già protagonista delle maggiori biennali internazionali con subREAL, Dan ha presentato i suoi progetti in numerosi musei e festival in tutto il mondo.
Gintaras Didžiapetris, nato a Vilnius (Lituania) nel 1985, è il più giovane autore in mostra. La sua ricerca è volta a esplorare l’idea di tempo e di memoria attraverso un approccio concettuale, attuato anche attraverso la scelta delle apparecchiature che utilizza, spesso obsolete e non più di uso comune. Nell’installazione Konceptas (2006) - composta da tre fotografie di paesaggio e dalla registrazione audio di una trasmissione radiofonica lituana su “Come vivono le persone” - Didžiapetris tenta di documentare l’omonimo villaggio lituano, evocativo fin dal nome. Il quadro che ne scaturisce è però frammentario e incapace di una rappresentazione ordinata, restando sospeso tra realtà e pensiero concettuale.
Tra le sue esperienze espositive, Didziapetris conta già le mostre al FRAC Lorraine di Parigi, all’Artist Space di New York e al Contemporary Art Centre di Vilnius.
Andreas Fogarasi è nato nel 1977 a Vienna da genitori ungheresi. Laureato in Architettura, conserva nel suo percorso artistico un forte interesse per ciò che è costruito e per il modo in cui esso si fa espressione di aspetti simbolici e ideologici storicamente mutevoli. Il progetto Kultur und Freizeit (2006-07), presentato alla Biennale di Venezia del 2007, indaga l’attuale condizione delle case di cultura di Budapest, ricercando nelle forme architettoniche le tracce degli ideali politici che ne hanno segnato la costruzione e l’utilizzo, sullo sfondo delle continue trasformazioni che hanno investito negli ultimi due secoli la classe operaia e il concetto stesso di cultura e di tempo libero.
I suoi lavori sono stati esposti al MAK di Vienna, al Grazer Kunstverein, al Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofia di Barcellona, al MAK Center di Los Angeles.
Jitka Hanzlová è nata nel 1958 a Nachod (Cecoslovacchia). Nel 1985 si trasferisce ad Essen, in Germania, dove scopre nella fotografia una forma di espressione semplice e diretta. Realizzata nei dintorni dell’omonima località olandese, la serie Vielsalm (1999) restituisce l’atmosfera di un luogo ancora incontaminato, solo sfiorato dai chiassosi progressi della civilizzazione contemporanea. Anche quando guardano al paesaggio, le immagini di Hanzlová sono sempre verticali, a sottolineare l’interesse che l’artista rivolge ai più piccoli dettagli, registrati come istantanee di tanti incontri casuali.
Vincitrice nel 2003 del Grand Prix Award – Project Grant di Arles, l’artista conta numerose mostre in tutto il mondo. Tra le personali, quelle al Museum Wolfgang di Essen, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Fotomuseum Winthertur, al Kunstverein di Francoforte.
Swetlana Heger è nata a Brno (Cecoslovacchia) nel 1961, vive e lavora a Berlino. Dagli anni ’90 lavora sul confine spesso labile tra arte e commercio, e sui processi di attribuzione e trasformazione di valore negli oggetti artistici. Nella serie Animal Farm (2007) rintraccia e ritrae numerose sculture di bronzo sparse nei parchi berlinesi, realizzate - secondo la ricostruzione storica ripresa dall’artista – dalla fusione della statua monumentale di Stalin che si ergeva sulla Karl-Marx-Allee, rimossa in seguito all’ufficializzazione del rapporto Chrusciev sui crimini del gerarca sovietico, nel 1961. Heger riflette sul fenomeno di rimozione dell’ideologia e sulle continue contaminazioni della storia, che lascia dietro di sé residui non solo politici ma anche fisici, oggetti di riciclaggio e di costruzioni mutevoli di significato.
Le sue opere sono state esposte al Cabaret Voltaire a Zurigo, al Neuer Berliner Kunstverein, al MAK di Vienna, al Centre National de la Photographie di Parigi.
IRWIN è un collettivo fondato nel 1983 da cinque giovani esponenti della scena underground di Lubiana, dal 1984 parte del movimento NSK (Neue Slovenische Kunst) insieme ad altri gruppi attivi in ambito musicale e teatrale. Il loro lavoro si basa su un forte eclettismo e sul cosiddetto “retro principio”, mezzi con cui cercano di rielaborare i diversi stili che recuperano dalla tradizione delle avanguardie storiche, dall’immaginario nazionalpopolare, così come dalla produzione visuale dei regimi totalitari. Insieme all’NSK Irwin fonda nel 1992 l’NSK State in Time, che diventa il fulcro delle loro attività, al limite tra realtà, utopia e provocazione: un’entità statale sovranazionale, slegata da confini geografici e fondata sulla libera adesione dei cittadini, che trova manifestazione attraverso ambasciate, consolati ed eserciti temporanei.
Ampiamente circuitati in Europa e in USA, i loro progetti sono stati presentati a Manifesta, alla Biennale di Venezia e al MoMA di New York.
Anastasia Khoroshilova è nata a Mosca nel 1978, vive e lavora a Berlino. Russians (2007) è un progetto che porta l’artista a viaggiare per oltre due anni nell’enorme territorio della Federazione Russa, dal Mar Baltico all’Oceano Pacifico, fotografando persone, oggetti e luoghi. Il ritratto che emerge è complesso, segnato da estrema diversità etnica, sociale e religiosa, tanto che si fatica a distinguere tratti caratterizzanti: più che da una reale comunanza culturale, la nazionalità russa appare risultato di una condivisione storica, dettata da politiche nazionalistiche e ideologie spesso imposte. L’approccio di Khoroshilova è di tipo esistenziale: le sue immagini rispecchiano la modalità dell’incontro reale, non impone punti di vista arbitrari ma lascia che siano i singoli soggetti ad autopresentarsi, raccontandosi attraverso lo sguardo.
Tra le mostre recenti a cui ha partecipato, le personali al Moscow Museum of Modern Art, alla Kunsthalle di Lingen in Germania, al Centro Pecci di Prato.
Iosif Király é nato nel 1957 a Resita (Romania), vive e lavora a Bucarest. Affiancando da sempre la sua ricerca personale con numerose collaborazioni artistiche (tra le più note quella avviata nel 1990 con Călin Dan nel gruppo subREAL), a partire dal 1989 concentra il suo lavoro sul fotomontaggio, strumento con cui cerca di ricostruire immagini mentali. Le sue visioni composite e multi prospettiche, assemblaggio di scatti realizzati nello stesso luogo ma in momenti successivi, sono rappresentazioni del processo stesso della memoria – personale e collettiva al contempo – che non è mai lineare e registrata in un solo momento, ma accumulazione di tanti istanti differenti.
Oltre a numerose biennali e manifestazioni internazionali a cui partecipa con subREAL, Iosif Király ha esposto i suoi lavori al Center for Contemporary Art di Bucarest, al Neuer Berliner Kunstverein, al Accademia di Francia a Roma.
Július Koller (Piet, 1939 – Bratislava, 2007) è tra le figure più interessanti dell’arte contemporanea cecoslovacca, il cui lavoro è stato importante fonte d’ispirazione e riferimento per numerosi artisti e intellettuali. Già promotore di un modello artistico atto a coinvolgere e stimolare le persone verso nuove occasioni di pensiero attivo attraverso il contatto diretto con la realtà, dal 1970, dopo la repressione della Primavera di Praga, Koller sviluppa il concetto di U.F.O. (Universal Futurogical Operations), molteplice acronimo con cui propone situazioni culturali dal valore universale, orientate al futuro e volte a creare condizioni di vita più consapevole.
Il suo lavoro è stato esposto alla Biennale di Venezia e alla Biennale di San Paolo, alla Tate Modern di Londra, al Kölnischer Kunstverein di Colonia, al MUMOK di Vienna, al Centre George Pompidou di Parigi.
Zbigniew Libera è uno degli artisti polacchi più originali e controversi. Nato a Pabianice nel 1959 conduce negli ultimi anni uno stile di vita nomade. Le sue opere – video, installazioni, fotografie, oggetti e disegni – giocano in maniera penetrante e sovversiva con gli stereotipi della cultura contem-poranea, evidenziando l’influenza delle immagini mediatiche sulla vita sociale, sull’educazione e sulla Storia. Nella serie LEGO Concentration Camp (1996) Libera fa riferimento a uno dei maggiori simboli del Novecento: sotto forma di giocattolo, riproduce un campo di concentramento in miniatura, rappresentazione ideale di quello che troppe volte ha segnato e continuato a segnare la storia europea dell’ultimo secolo, dalle guerre anglo-boere ai campi di sterminio nazisti, dai gulag alle più recenti guerre balcaniche.
I suoi lavori sono stati esposti alla Zacheta National Gallery di Varsavia, al Contemporary Art Museum di Kumamoto in Giappone, al Museum Serralves di Porto, al Jewish Museum di New York.
Ivan Moudov, nonostante la giovane età (Sofia, Bulgaria, 1975), si muove nel mondo artistico con estrema disinvoltura. Con tono provocatorio, il suo lavoro ha come oggetto primario proprio il sistema dell’arte, indagando la natura stessa dell’opera artistica – spesso al limite tra originalità, citazione e vero e proprio furto - o denunciando lo scarso sostegno rivolto agli artisti dalle istituzioni del suo Paese (tuttora privo di un museo nazionale di arte contemporanea). In Already Made 5 (One Week Coffee) del 2007 è la figura del critico d’arte ad essere messa ironicamente in discussione: indicatori del suo percorso artistico non sono i pareri di illustri curatori, ma le predizioni di una chiromante che analizza i fondi di caffè da lui raccolti e fotografati per sette giorni consecutivi.
Ivan Moudov ha partecipato alla Biennale di Venezia e a Manifesta, oltre a mostre organizzate alla Kunsthaus di Dresda e alla Essl Collection di Vienna.
Oliver Musovik (Skopje, Repubblica di Macedonia, 1971) concentra la sua attenzione sulla realtà più prossima che lo circonda. Accostando installazioni a fotografie e video di basso profilo tecnologico, registra le semplici azioni del quotidiano che, attraverso la lente di ingrandimento dell’artista, si fanno specchio di comportamenti diffusi e più ampie strutture sociali. Scattate come documenti di un’indagine criminale e accompagnate da un dettagliato apparato didascalico dal tono umoristico, le fotografie di Neighbours 2: The Yard (2002) compongono un ritratto del suo vicinato a partire dagli elementi e dalle strutture informali presenti nel cortile, restituendo un microcosmo di atteggiamenti, inclinazioni e relazioni.
Musovik ha esposto le sue opere a Manifesta, al Museum of Contemporary Art di Skopje, alla Konsthall C di Stoccolma, al MACRO di Roma e al MAN di Nuoro.
Anna Niesterowicz (Varsavia, 1974), diplomata all’Accademia di Belle Arti di Varsavia sotto la guida di Grzegorz Kowalski, sceglie il video come mezzo privilegiato per la sua ricerca artistica, spesso rivolta a indagare la zona di confine tra la sfera pubblica e quella privata. Nel suo ultimo film Hair (2007), della durata di appena 2 minuti, l’artista conduce lo spettatore nella dimensione perturbante dell’inconscio: rappresentata nel video da un proprio alter-ego maschile, Niesterowicz incena un incubo ricorrente nel quale, al posto delle parole, vede uscire dalla propria bocca una ciocca di capelli.
Niesterowicz ha presentato i suoi lavori all’interno di diverse personali e collettive, tra le quali la Biennale di Bucarest e le mostre organizzate presso la Kunsthalle di Basel, la Tate Modern di Londra, la Zacheta National Gallery di Varsavia, The Renaissance Society di Chicago.
Roman Ondák è nato a Zilina (Slovacchia) nel 1966. Nel suo lavoro spazia tra video, fotografie e performance a base partecipativa, che lo collocano in continuità con la ricerca artistica di Július Koller. Sovrapponendo le regole dell’arte concettuale a quelle del vivere quotidiano, Ondák porta avanti una riflessione critica sulla condizione umana nella società contemporanea, pur senza però rinunciare a guardare in mondo con uno spirito positivo, convinto che esistano sempre alternative da seguire. A un futuro migliore sembra invocare anche il film in 16mm Lucky Day (2006), durante il quale l’artista riversa in una fontana migliaia di monetine in segno di buon auspicio.
Rappresentante della Repubblica Slovacca alla scorsa edizione della Biennale di Venezia, Ondák ha partecipato a numerose mostre di livello internazionale, tra cui le personali al MoMA di New York e alla Tate Modern di Londra.
Adrian Paci è nato a Scutari nel 1969. Nel 1997 lascia l’Albania durante il grande esodo causato dalla crisi economica e dalla guerra civile, trasferendosi in Italia. L’esperienza dell’emigrazione lo segna profondamente, introducendo nel suo lavoro temi legati alla casa e ai legami famigliari, al nomadismo culturale come alle dinamiche di controllo sociale. Emblematica di una condizione esistenziale sospesa ed espressione di una questione di grande attualità politica è la fotografia Centro di Permanenza Temporanea (2007), raffigurazione di un gruppo di persone latino-americane stipate sulla scala semovente di accesso a un aereo, che però non c’è e forse non arriverà mai.
Tra le numerose mostre a cui Paci ha partecipato ricordiamo le personali al Moderna Museet di Stoccolma, al P.S.1 di New York, alla Galleria Civica di Modena, al MAN di Nuoro.
Aleksander Petlura (Ucraina, 1955) è uno degli artisti più attivi e impegnati della scena moscovita, conosciuto soprattutto per essere il più grande collezionista di rifiuti nella storia dell’arte russa. Da oltre trent’anni raccoglie e cataloga vestiti, scarpe e oggetti di vario genere (ad oggi più di 20.000), con cui inscena grandi performance corali, film, sfilate di moda. The empire of things (2000) è un grande progetto fotografico e video con cui Petlura ricompone un ritratto della Russia dal dopoguerra ad oggi attraverso immagini allegoriche che evidenziano i tratti distintivi dei diversi periodi storici e le trasformazioni che hanno investito la società.
I suoi progetti e le sue performance sono stati presentati in occasione di festival internazionali d’arte e di teatro e di numerose mostre, al National Center of Contemporary Art di Mosca e al Kiasma Museum di Helsinki.
Renata Poljak, nata a Spalato (Croazia) nel 1974, si serve di elementi autobiografici per costruire narrazioni paradigmatiche sul mondo contemporaneo e sull’attuale situazione politica del suo Paese. Nel film Great Expectation (2005) ricompone un lucido ritratto della società croata, intrecciando frammenti di storia familiare, episodi di cronaca e fenomeni sociali più ampi, come l’abusivismo edilizio e la dilagante cementificazione della costa. Secondo Poljak, la violenza scatenata durante la guerra dei Balcani non si è esaurita con la creazione del nuovo stato, ma si è riversata nel periodo di transizione al capitalismo dando origine a una mentalità basata sull’avidità e sulla sete di potere.
Le sue opere sono state esposte al Musée d’Art Moderne di Saint-Étienne, all’Hungarian Cultural Center di New York, al Rooseum Center di Malmö in Svezia e al Cultural Center di Belgrado.
Konrad Pustola (Varsavia, 1976) coniuga il suo lavoro con un forte impegno politico. Più che creare visioni o mondi alternativi, l’artista mira a porre l’osservatore di fronte a una porzione di realtà, consapevole che ogni rappresentazione, per quanto neutra tenti di essere, non è mai comple-tamente oggettiva. La serie Dark rooms (2008) esplora il mondo sotterraneo dei night club polacchi, registrando gli ambienti appena dopo l’orario di chiusura, vuoti ma ancora carichi del vissuto appena trascorso. Il lavoro documenta la realtà di luoghi nascosti, spesso stereotipati e legati a idee preconcette, specialmente in un paese cattolico come la Polonia, dove la stessa presenza di locali notturni è un fenomeno recente.
Tra le sue esperienze espositive, ricordiamo le mostre al Centro de la Imagen a Città del Messico e al Castello Ujazdowski di Varsavia.
Karolina Raczyńska (Ostrowiec Śviętorkrzyski, Polonia, 1984) muove la sua ricerca tra performance, video e fotografia. Interessata ai meccanismi di interazione – emozionale in primo luogo – con il pubblico, la giovanissima artista polacca crea visioni che esplorano i limiti della soggettività umana. Rifancendosi ai principi del teatro di Artaud, concentra il suo ultimo lavoro Anatomies (2009) sul tema del corpo, di cui indaga - in un volgere frammentario di forme, volumi e superfici - i momenti di trasformazione da uno stato all’altro. La ripresa ravvicinata elimina la distanza tra osservatore e oggetto osservato, amplificando la percezione e proiettando le immagini in una dimensione interiore, impalpabile e indefinita.
Diplomata in Fotografia al Royal College of Art di Londra, si è inserita solo di recente nel circuito espositivo internazionale.
Ene-Liis Semper, nata nel 1969 a Tallin (Estonia) dove vive e lavora, focalizza le sue opere sul linguaggio del corpo. I suoi video, esito di performance realizzate alla sola presenza della telecamera, hanno una strut-tura estetica e narrativa essenziale, in grado di trasmettere nell’osservatore sollecitazioni immediate e di stimolarne l’inconscio emotivo. Il video Stairs (2000) riprende l’artista mentre risale lentamente una scala in ambiente domestico, mantenendo una postura rovesciata – supina e con le gambe in alto – che rende difficoltoso ogni suo movimento. Sfruttando a pieno le potenzialità del mezzo visivo e la capacità di condizionare o infrangere, attraverso il montaggio, la linearità temporale, Semper crea una visione onirica, dove il contatto col reale sfuma in una dimensione inquietante.
Le sue opere sono state esposte alla Biennale di Venezia, alla Kunsthalle di Vienna, alla Neue Nationalgalerie di Berlino, a Villa Manin di Codroipo (PD).
Mladen Stilinović (Belgrado, 1947) è considerato uno dei maggiori espo-nenti dell’arte post-concettuale croata. Orientata a un’analisi ironica e demi-stificatoria dell’ideologia quale strumento del potere, la sua ricerca si costru-isce attraverso un immaginario visivo legato alla quotidianità, secondo un’estetica che parte dagli oggetti comuni per restituire un quadro della con-dizione storica e politica della società. Un esempio è la serie Sale of Dictatorship (1977-2000) che testimonia il passaggio dal paradigma ideologico socialista a quello capitalista, attraverso immagini in cui gli slogan e i ritratti di Tito, un tempo affissi sulle vetrine dei negozi quale forma di propaganda, riappaiono oggi negli angoli delle strade, venduti come merce qualunque.
Stilinović ha partecipato alla scorsa edizione di Documenta a Kassel, oltre alle Biennali di Venezia e di Sydney e a numerose mostre internazionali.
Milica Tomić è nata a Belgrado nel 1960, dove vive e lavora. La sua ricerca artistica è apertamente politica, volta da un lato a sottolineare l’importanza della memoria storica, dall’altro ad aprire una riflessione su temi che toccano l’attualità - dall’identità nazionale alla violenza e alla responsabilità civile, dal diritto all’autodeterminazione alla costruzione mediatica della realtà. Nel noto video I am Milica Tomić (1988-89) esplora il legame tra identità individuale e collettiva: ruotando su un piedistallo, l’artista dichiara in 64 lingue diverse il proprio nome e l’appartenenza ad altrettante etnie. Il suo viso è sereno e impassibile ma lentamente il suo corpo è lacerato da frustate invisibili che la riempiono progressivamente di ferite.
L’artista ha partecipato a due edizioni della Biennale di Venezia e ha presentato i suoi lavori in occasione di numerose mostre, alla Kunsthalle di Vienna, allo Stedelijk Museum di Amsterdam, al Brooklyn Museum of Art.
Artur Żmijewski, artista e regista nato a Varsavia nel 1966, concentra il suo lavoro sulla coincidenza tra spazio personale e spazio pubblico, per indagare i meccanismi che legano l’individuo alla società. Nel lungometraggio Repetition (2005) riproduce l’esperimento di psicologia sociale condotto nel 1971 dal prof. Zimbardo, noto come Stanford Prison Experiment: per un periodo stabilito di due settimane un gruppo di volontari ricrea la situazione di convivenza di una prigione, impersonando i ruoli di guardie e di detenuti. Già dopo qualche giorno iniziano a manifestarsi comportamenti di instabilità, fino a che l’esperimento non si trova a dover essere interrotto.
Protagonista dei maggiori eventi internazionali - Biennale di Venezia, Documenta a Kassel e Manifesta – Zmijewski ha partecipato a numerose mostre, tra cui le personali al Moderna Museet di Stoccolma, alla Kunsthalle di Basilea, al MoMA di New York.
PERIODO
Dal 13 dicembre 2009 al 14 marzo 2010
PROROGATA FINO AL 21 MARZO
INAUGURAZIONE
12 dicembre 2009, ore 17.30
ORARI DI APERTURA
martedì - domenica 11-19
chiuso il lunedì
l'accesso è consentito fino alle 18.30
VISITE GUIDATE
Sabato 16 gennaio, ore 11.30
Giovedì 21 gennaio, ore 18.00
Sabato 30 gennaio, ore 11.30
Sabato 6 febbraio, ore 11.30
Giovedì 11 febbraio, ore 18.00
Sabato 20 febbraio, ore 11.30
Sabato 6 marzo, ore 11.30
Sabato 13 marzo, ore 11.30
Tutte le visite sono ad ingresso gratuito. Non è necessaria la prenotazione.
Per le scuole e per gruppi di almeno 15 persone è inoltre possibile concordare ulteriori visite guidate, da effettuare durante lorario di apertura della mostra.
SEDE
Modena
Ex Ospedale Sant’Agostino
Largo Porta Sant'Agostino, 228
Info 335 1621739
INGRESSO GRATUITO
INFORMAZIONI
tel 335-1621739
info@mostre.fondazione-crmo.it
PRODUZIONE
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Via Emilia Centro, 283
41100 Modena
Tel. +39 059 239888
Fax +39 059 238966
E-mail: info@mostre.fondazione-crmo.it
UFFICIO STAMPA
Fondazione Cassa di Risparmio di Modena
Cecilia Lazzeretti, Claudia Fini
tel. +39 059 239888 fax +39 059 238966
e-mail ufficiostampa@fondazione-crmo.it
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