GUIDA AL PERCORSO MOSTRA

"Una mostra che offre un racconto particolare. L'arte del dopoguerra vista attraverso gli occhi e le opere acquistate dal grande collezionismo americano. Il tutto intorno alle opere dell'artista che negli Usa era considerato l'unico vero nuovo Picasso: Jean Dubuffet".

Luca Massimo Barbero
 

GUIDA AL PERCORSO MOSTRA

Il Foro Boario, sede di riferimento per le attività espositive della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena dal 2002, fu fatto costruire nella prima metà dell'Ottocento dal Duca Francesco IV, che ne assegnò la progettazione all'architetto Francesco Vandelli, autore di numerosi edifici pubblici modenesi. La grandissima struttura era destinata al piano terra al mercato bovino (il Foro Boario appunto) e ai piani superiori all'immagazzinamento di prodotti agricoli. Oggi ospita la sede della Facoltà di Economia dell'Università di Modena. Le due ali simmetriche, a piano terra, sono adibite rispettivamente a biblioteca della Facoltà (ala est) e a sede di esposizioni temporanee (ala ovest).

E' una costruzione unica nel panorama degli interventi di architettura ducale per dimensioni. Si tratta di un edificio lunghissimo, ben 250 metri, e della profondità di circa 20 metri, perfettamente bifronte, con quattro facciate identiche a due a due. Un corpo centrale di circa 45 metri si erge su di un altissimo porticato di tre arcate e ai lati due ali simmetriche di altezza inferiore sono scandite da 17 arcate ciascuna e concluse da un corpo chiuso a forma di "torretta".


PROLOGO - ZONA 1
Per il visitatore è lo spazio dell'acclimatazione alla mostra, dell'informazione e della lettura. Infatti, in apertura, un'esaustiva tavola cronologica a muro articolata su tre diversi livelli presenta al visitatore l'ambiente di formazione e la ricerca dei protagonisti dell'Informale presenti in mostra. Costruito per riassumere il complesso periodo che va dal 1940 al 1970, il testo della tavola si articola in tre livelli:

  1. LA VITA, LA RICERCA, LA PRODUZIONE ARTISTICA DI JEAN DUBUFFET
  2. LE ESPERIENZE, LE TIPOLOGIE E LE DIFFERENZE DELLA RICERCA INTORNO ALL'INFORMALE DEGLI ARTISTI DELLA MOSTRA
  3. CONFRONTI, PARAGONI E COINCIDENZE TRA L'INFORMALE EUROPEO E L'ARTE AMERICANA (tema della mostra "Action Painting" organizzata nel 2004 dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Modena in collaborazione con la Peggy Guggenheim Collection).

L'ingresso è segnato dalla scenografica opera Il cane (Le Chien) di m 5,32 x 2,59, che Jean Dubuffet eseguì utilizzando una grande vela da barca esposta per la sua antologica al Solomon R. Guggenheim Museum di New York e che per la prima volta si vedrà in Italia. In questa prima grande zona il pubblico potrà trovare anche opere di grafica dei primi anni Quaranta di Dubuffet e di artisti che insieme al Maestro ispirarono il clima storico e artistico che solo successivamente sarà chiamato Informale europeo.


IL SOLOMON R. GUGGENHEIM MUSEUM E JEAN DUBUFFET
ZONA 2

Forte e continuo è il legame tra il Maestro francese e il museo americano. Non solo Dubuffet tenne nello spazio disegnato da Frank Lloyd Wright le sue più importanti antologiche come "Jean Dubuffet: A Retrospective" (1973) e "Jean Dubuffet, a retrospective glance at Eighty" (1981). Il museo americano conserva una delle più importanti collezioni dell'artista francese presenti sul suolo USA. In questa sala si radunano ben 14 opere di Dubuffet: capolavori considerati emblematici della sua ricerca. In ordine cronologico lo spazio espositivo offre al visitatore l'opportunità di ripercorrere le fasi della ricerca dell'artista francese dagli anni Quaranta agli anni Settanta.
L'aspetto interessante di questa grande sala è che permette con un unico colpo d'occhio circolare di riassumere visivamente oltre trenta anni di ricerca valutandone l'evoluzione. Si passa così dal viso primitivo e terribile di Miss Cholera del 1946 all'ironica calvizie di Brunetta dal volto carnoso (Châtaine aux hautes chairs), del 1951 o ai corpi disarticolati di Corps de dame del 1950 per arrivare fino al magico e colorato ritratto tridimensionale del personaggio di Bidone l'Imbroglio (Bidon l'Esbrouffe), una scultura del 1967 proveniente da New York.
Oltre al tema della figura, il grande valore e la seduzione di Dubuffet sta nella capacità di costruire con materie inusuali, rozze, primitive spesso vicine alla terra e al fango, opere meravigliose. Grande impressione susciterà nel pubblico l'opera Knoll of Visions (1952) indiscusso capolavoro - insieme a Sostanza astrale (Substance d'astre) (195 x 150 cm), del dicembre 1959 - della ricerca sulla materia. Suggello scenografico dalle imponenti dimensioni (1,70 di altezza x 8,22 metri di lunghezza) sarà l'opera Nunc stans (1965), considerato capolavoro riassuntivo dell'intera opera di Dubuffet.
Un aspetto interessante e raro per il visitatore è rappresentato da due salette che costituiscono un vero e proprio gabinetto delle opere grafiche, importante esercizio nell'ambito della ricerca sull'informale qui ben documentato con le opere e approfondito con interessanti saggi in catalogo. Sono esposte come in una quadreria 50 opere di ricerca grafica insieme ad una piccola vetrina che conterrà delle preziosissime edizioni di Dubuffet. Compariranno inoltri 4 preziosissimi album: Campi di silenzio (Champs de silence), 1958, L'Agrimensore (L'Arpenteur), 1958-62, Aree e luoghi (Aires et lieux), 1959 e Teatro del suolo (Théâtre du sol), 1959. Le litografie in mostra fanno parte di Les Phénomènes (Fenomeni), una serie di 24 album contenenti 362 litografie su carta realizzati da Dubuffet dal 1958 al 1962.


ZONA 3
Da qui inizia l'itinerario attraverso le complesse esperienze artistiche europee riunite sotto la denominazione di Informale. Dopo aver ammirato la zona 2 dedicata al Maestro che è cardine cronologico dell'intera esposizione, si incontrano le opere del gruppo CoBrA la cui simbolica apertura è affidata ad una curiosa opera collettiva firmata da Constant, Gallizio, Jorn, Kotik, Melanotte e Simondo. Senza titolo del 1956 è un'opera davvero emblematica per la comprensione del rapporto che legò il gruppo europeo CoBrA e gli Informali italiani. Dalla compagine del gruppo emerge, ad esempio, l'opera di Pierre Alechinsky Formicaio del 1954 (151,1 x 238,4 cm). Sarà possibile ammirare anche la tela di Asger Jorn Senza titolo (1956-57) proveniente dalla Collezione Peggy Guggenheim e sempre dello stesso artista Il balletto verde (1960), grande tela di due metri di proprietà del Museo Solomon R. Guggenheim. Se la mostra è dedicata alla ricerca di una nuova forma della pittura europea del dopoguerra allora il gruppo CoBrA - il nome del movimento nasce dalle iniziali delle capitali europee COpenhagen, BRuxelles e Amsterdam di appartenenza dei singoli artisti - ne è esempio sicuramente rappresentativo e originale.

Dopo questa importante area dedicata al gruppo CoBrA, il visitatore può affrontare un duplice percorso. A sinistra, entra in uno spazio espositivo dedicato a quegli artisti che Peggy Guggenheim definiva "i miei nuovi Pollock", vale a dire i giovani pittori italiani e veneziani: Emilio Vedova, Giuseppe Santomaso, Edmondo Bacci ma soprattutto Tancredi. Sono proprio i "Tancredi di Peggy" i primi dipinti che si incontrano in questa zona. 19 opere, mai esposte tutte insieme, provenienti dalla Collezione Peggy Guggenheim, documentano l'amicizia tra Peggy e Tancredi che diventerà una collaborazione tra mecenate e artista grazie alla mostra del 1954 a Palazzo Venier dei Leoni, sancita anche dall'aiuto che la collezionista americana profuse nei confronti dell'artista veneto facendo in modo che i suoi dipinti fossero ospitati nei più importanti musei del mondo. All'interno di questa sala, lo sguardo del visitatore sarà catturato dalle opere di Emilio Vedova, considerato oggi il maestro dell'Informale italiano e qui presente con una imponente tela. Il percorso dell'esposizione illustra anche opere di altri artisti informali italiani che sono andate ad arricchire negli anni la Collezione americana: Bice Lazzari con Esperienze del 1958 e Toti Scialoja con Impronta bianca su sabbia del 1959.

Dopo l'immersione in questa sala dedicata a Peggy e ai "suoi nuovi Pollock", dove forte si avvertirà il vivace clima di quegli anni veneziani, proseguendo a destra il visitatore entrerà nello spazio espositivo che presenta i più grandi protagonisti dell'Informale europeo presenti nelle collezioni del museo americano. Si potranno notare opere di Hartung, Riopelle, Tàpies, Mathieu, Soulages e dell'italiano Manzoni.

Una nota curiosa: a fare da controcanto alle due voci dell'informale italiano e europeo ci sarà Senza titolo del 1960 realizzato a Roma da Cy Twombly, uno tra i più grandi artisti americani che tuttora risiede nella capitale italiana, insieme all'originalissimo lavoro di Salvatore Scarpitta realizzato con tessuti, cinghie e materiali industriali. Twombly e Scarpitta: un americano a Roma e un italiano negli Usa, rappresentano con le loro opere un ideale ponte gettato tra due paesi, due continenti, l'America e l'Europa, negli anni della ricerca dell'Informale e del suo riconoscimento da parte del collezionismo americano.


ZONA 4
E' indubbio che nell'esperienza dell'Informale, oltre all'opera di Dubuffet, l'indiscusso perno della ricerca europea tra gli anni '40 e '70 è rappresentato dalle sperimentazioni di Alberto Burri e Lucio Fontana. Nel caso di Burri, è data la possibilità di osservare lo sviluppo dell'uso dei materiali dalla fine degli anni Quaranta con un rarissimo catrame del 1949, sino ai sacchi, ai legni, al grande importantissimo Metallo del 1959, acquisito dal Solomon R. Guggenheim Museum già nel 1960. Di Fontana, di cui si ricorda l'imponente retrospettiva tenutasi nello stesso museo americano nel 1978, saranno esposti invece, grazie alla preziosissima collaborazione da parte della Fondazione Lucio Fontana di Milano, sia opere propriamente informali - pietre, aniline e la serie dei "Barocchi"- sia le opere frutto del percorso artistico che lo portarono ai tagli, alla fine degli anni Cinquanta, e alla meravigliosa soluzione dello squillante color rosso dell'opera Concetto spaziale, I quanta del 1960, composta da 9 parti disseminate sulla parete.


ZONA 5
Chiude la mostra una grandissima sala che in un movimento circolare, fisico ma anche simbolico, riporta il visitatore all'inizio della mostra. Il concetto che lega l'inizio e la conclusione dell'esposizione è l'abitudine di Dubuffet, nella più perfetta interpretazione dell'Informale, di dipingere su qualsiasi superficie. Ed ecco quindi che Pinot Gallizio, cui è dedicata idealmente questa grande sala, presenta un rotolo di pittura industriale di 70 metri, solo parzialmente srotolati, che l'artista vendeva come "pittura a metro". La presenza di Gallizio è una gemma rara nell'ambito dell'esposizione, perché l'artista non fa parte di collezioni americane e la sua opera è qui esposta grazie alla preziosissima collaborazione con l'Archivio Gallizio di Torino. Ma non mancheranno di stupire il visitatore le opere di altri artisti presenti invece nelle collezioni Guggenheim cui è affidata la grandiosa chiusura della mostra. Di grande impatto visivo la gioiosa opera di Carla Accardi Blu concentrico di quasi tre metri di lunghezza (1960, 176 x 203 cm), o le due imponenti opere di Giuseppe Capogrossi, Superficie 210 del 1957 (206 x 159,4 cm) e Superficie 324 del 1959 (181 x 220 cm). Imponenti e delicati allo stesso tempo, i quattro pannelli di Gastone Novelli, Linea, Dialettica, Un obelisco per la memoria e Tonnerre printanier del 1968. Concludono la mostra i quasi tre metri di lunghezza de Il giardino delle delizie (1959) di Afro Basaldella, qui accompagnato dagli interessantissimi 5 studi preparatori.

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